Dopo essere stati a Casa
Artusi diventa più facile comprendere la frase con cui Pellegrino Artusi
concludeva la sua prefazione al libro La
scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, ovvero il libro di cucina forse
più tradotto al mondo, sicuramente quello con il maggior numero di riedizioni
dal 1891 ad oggi.
Artusi chiudeva così: Amo il
bello ed il buono ovunque si trovino. E, arrivando nella sua città natale, si
capisce quanta influenza abbia esercitato su queste parole: oggi Forlimpopoli
si presenta legata in maniera indissolubile al buon gusto. Basta fare un giro
per le vie del centro per rendersene conto, a cominciare dall’arredo urbano,
perfetto, pulito e ordinato perfino nei tendaggi dei negozi: tutti di un bel rosso
granata con la scritta che dà il benvenuto al passeggio tra le vie del buon
gusto.
La scelta è caduta su quello
dedicato alla pasta: La sfoglia di una volta. Accolto dal ritratto
dell’eleganza, la responsabile dei corsi, Carla Brigliadori, in una solare
mattina d’inverno vengo subito messo a mio agio in mezzo agli altri 19
partecipanti (tre uomini e il resto donne) con cui assisto all’introduzione
alla giornata: una purtroppo troppo breve lezione di storia e cultura della
pasta a cura del professor Franco Mambelli, che offre utilissimi informazioni
sulle regole del gioco che inizierà da lì a poco.
Si inizia! Ognuno alle sue
postazioni della sala perfettamente attrezzata di Casa Artusi: uova, farina,
asse da cucina, raschietto, matterello, tasca per il ripieno. Si comincia con
il primo dei cinque impasti della giornata e ci si riconcilia con la chimica
degli elementi. Sentire sotto le dita impiastricciate che, poco a poco, si
forma una palla perfettamente elastica è una sensazione che non diventerà mai
gesto ripetitivo. Questa è la prima cosa da tenere in mente!
Poi si passa al matterello. A
Casa Artusi e in tutta la Romagna non esiste altra regola: il mio pensiero va
alle due mitiche Imperia rosse che ho a casa. Ma ho deciso che non le
abbandonerò, troppi ricordi affettivi mi legano ad esse. Si alterneranno con il
matterello.
Sulla sfoglia tirata a
matterello si scontrano intransigenze. Lo sento, ma Corrada è indulgente con le
mie pieghe e mi insegna pazientemente come correggere i difetti, mentre il mio
occhio cade sulla sfoglia perfetta di Laura.
Escono i primi tagli: io
scelgo lasagne, garganelli e pappardelle. Altri si cimentano in tagliatelle,
farfalle, tagliolini. In comune il fatto che non si butta via niente: i ritagli
di pasta diventano maltagliati o stricchetti.
Al pomeriggio il clima ormai è
conviviale, il pranzo al ristorante di Casa Artusi ha contribuito ad integrare
le conoscenze, confrontare i gusti, raccontarsi aneddoti divertenti. Poi non ce
n’è come essere ad un tavolo, unico uomo, con sette donne…
Si parte con le paste ripiene:
ravioli e cappelletti all’uso di Romagna che garantiscono il piacevole
indugiare alla chiacchiera.
Il piacere assoluto però è
quando ci viene consegnata la pasta prodotta con le nostre mani. Credetemi, si
ritorna bambini felici. Non si vede l’ora di farla assaggiare! Alla fine il diploma,
l’attestato firmato di pugno dalla Marietta che ci ha seguiti: il mio porta la
firma di Corrada Ricci, e in un angolo la scritta “bravissimo”.
Tre giorni dopo ero in
metropolitana a Milano: in tutta la tratta dodici persone su quattordici non
hanno mai alzato lo sguardo dal cellulare. La voglia di spiegar loro che c’è un
luogo in Italia dove si trova il bello e il buono era incontenibile.
Luigi Franchi
pubblicato su Cateringnews.it il 24 novembre 2011
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