Panficato dell’Isola del
Giglio, bottarga di tonno di Carloforte dell’Isola di San Pietro, la schiaccia
e i mieli dell’Isola d’Elba, la masculina
‘emagghia della piccola Isola di Ortigia di Siracusa, i fagioli zampognari
dell’Isola d’Ischia: sono solo alcuni dei prodotti delle isole del Mediterraneo
che Claudio Bossini si è fatto mandare o portare dai produttori per allestire
uno spazio della sua Osteria La Paloma, a Giglio Porto, dove si possono
acquistare vini, oli, paste, salse delle varie isole italiane, tra cui quella
palamita che lui ha contribuito in prima persona a riaffermare come presidio
Slow Food.
In occasione delle Giornate
Europee del Patrimonio culturale, a fine settembre, Claudio Bossini decide di estendere
quell’angolo di osteria ad un prodotto che accomuna tutte queste isole: il vino
passito. Trova la disponibilità dell’amministrazione comunale dell’isola,
quella dei produttori del Giglio, e avvia le ricerche e i contatti.
“Al Giglio ci si viene non
solo per il mare, ma anche per recuperare e vivere la tradizione dell’isola. E
il vino e i suoi aspetti sociali ne sono uno straordinario esempio che
costituisce la base del progetto in cui crediamo”, parole che Sergio Ortelli,
sindaco del Giglio, pronuncia con profonda convinzione prima davanti agli
ospiti del convegno, poi in maniera informale ma ancor più sincera in una delle
cantine seicentesche di Giglio Castello, mentre si assaggiano i piatti e i vini
delle isole, in un clima di grande fratellanza.
“Un tempo, fino a quarant’anni
fa, le viti ricoprivano i due terzi dell’isola e la vendemmia si faceva con le
barche” dice Giovanni Rossi, produttore gigliese della Fontuccia, mentre
scendiamo a piedi verso la sua vigna di un ettaro strappato alle rocce di
granito che formano l’isola. “Io e mio fratello abbiamo cominciato a
reimpiantare il vigneto una decina di anni fa e adesso produciamo circa 2500
bottiglie di Ansonica e 500 di passito.” Da questi numeri è chiaro che non ha
fatto questa scelta perché poteva diventare un business. E basta guardare come
si muove tra i bassi filari, coglierne lo sguardo mentre racconta dei giorni in
vigna per capire che non cambierebbe questa vita con nessun’altra.
I suoi vigneti e quelli dei
pochissimi altri produttori dell’isola sono capolavori di architettura agricola
la cui bellezza è tanto più apprezzata se si pensa alla fatica con cui sono
stati creati. Bisogna camminarci in mezzo per capirlo; al contempo si capisce
anche tutto l’amore che ci mettono, tutta la bellezza che si vive.
Un capannello, così si
chiamano qui i palmenti, davanti al mare serve per ricoverare gli attrezzi, ma
anche per riposare dalle fatiche e lasciar riposare gli occhi e la mente, senza
squilli i cellulari che qui, al pari della totale assenza di luce elettrica non
prendono.
“Niente veleni, niente
diserbanti, niente di niente. Solo grande passione” si spiega così il motivo
per cui Francesco Garfagna ha trasformato le sue vacanze al Giglio in
stanzialità, recuperando una vigna e ridando vita all’Ansonica, il vitigno
dell’isola citato dal Bacci nel Cinquecento il cui nome pare derivi dal
francese sorie, fulvo, color oro. Il
suo esempio, e forse di più la sua cocciutaggine, hanno vinto: il vino al
Giglio è ritornato, naturale come deve essere.
La sua è la vigna più grande
dell’isola, circa sei ettari, ma lui non produce passito perché “non lo sento
mio” racconta “ma resta un vino importante, fondamentale per recuperare
identità.”
“Qui un tempo si faceva il
vino scelto, era la prelibatezza natalizia” svela Biagio, uno storico
produttore che ora fa il vino per sé, “si prendevano i grappoli di diverse uve,
si lasciavano ad appassire sulla roccia e poi si preparava il passito.”
Il vino ridisegna le antiche
strade del mare, non ricordo chi ha detto questa frase tra le decine di storie
ascoltate nei giorni dell’incontro tra i produttori delle isole; ma è la
sintesi del progetto.
Perché è vero, il vino, insieme
all’olio e agli altri prodotti alimentari, hanno generato per millenni rotte commerciali
e mescolanza di razze. Hanno creato democrazia.
Sono persone straordinarie
quelle che ho conosciuto attorno ai tavoli della Paloma e nelle vigne di fronte
al mare: persone che impiegano mille ore a ettaro di lavoro contro le abituali
duecento di un vigneto di pianura, ma non per questo rinunciano a difendere la
loro terra, la loro identità, il loro amore per l’isola. Un modo diverso di
vivere, dove i ritmi li decide ancora una volta la natura.
Luigi Franchi
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