domenica 19 luglio 2009

Ortrugo e Chisöla


La prima volta è stato un successo, quest’anno si replica con l’aggiunta di nuove iniziative e la presenza di un numero crescente di produttori. Stiamo parlando di “Ortrugo e Chisöla”, la rassegna che celebra i due prodotti enogastronomici più amati a Borgonovo Val Tidone, nel cuore della vallata piacentina vocata al turismo enogastronomico, in programma Domenica 6 Settembre.
La rassegna, inserita nella storica Festa d’la Chisöla giunta alla 44° edizione, intende esaltare l’abbinamento tra la tradizionale focaccia con i ciccioli e il vino bianco autoctono dei Colli Piacentini. Un abbinamento che è la conseguenza naturale delle abitudini enogastronomiche di una comunità che ha, con la tradizione e con la terra, un lungo fecondo rapporto.
La chisöla vanta le sue origini in Val Tidone ed è un piatto povero della tradizione contadina, quando il pane e i suoi derivati si preparavano nel forno di casa.
Nel Piacentino, ed in particolare in Val Tidone, la preparazione del pane fatto in casa è stata pratica comune fino a pochi anni fa; ancor oggi alcune persone stanno riprendendo questa abitudine (in particolar modo negli agriturismi), per una sorta di gratificazione del saper fare da soli e per la ricerca del gusto che vuole difendersi dall’omologazione.
La chisöla viene preparata con l’impasto classico del pane a cui vengono aggiunti ciccioli, lievito, olio, strutto, acqua e sale. La forma è quella di dischetti alti circa mezzo centimetro: insuperabile se consumata non appena viene sfornata, può essere accompagnata con i salumi della tradizione piacentina. Con la farina, il lievito di birra e un po’ d’acqua tiepida, almeno dodici ore prima, si fa un panetto, lo si mette in una ciotola con il fondo cosparso di farina bianca, e lo si copre con altra farina e tenendolo in un luogo caldo.
In una padella si fanno soffriggere i ciccioli con lo strutto e qualche cucchiaio d’acqua, nel caso in cui dovessero seccare troppo. Si dispone poi il resto della farina bianca a fontana sulla spianatoia, si mette al centro il panetto di lievito con l’acqua tiepida e il vino; si impasta e si lavora per alcuni minuti e quindi si aggiungono all’impasto i ciccioli. Si lascia quindi riposare l’impasto per almeno un’ora.
L’Ortrugo invece è il vino autoctono per eccellenza dei Colli Piacentini, riscoperto negli anni ’70, prende il suo nome dal termine dialettale ètr’uga (altra uva); è un vino bianco, abitualmente frizzante, che era presente dall’inizio del secolo sulle colline della Val Tidone, progressivamente sostituito dai vigneti di Malvasia. Negli anni ’70 alcuni produttori ne salvarono le barbatelle, iniziandone le prime vinificazioni in prezza.
Il suo gusto lievemente salato, fresco ed estremamente piacevole lo rende il compagno ideale per le occasioni di relax.
La dinamica Pro Loco di Borgonovo Val Tidone, che organizza da sempre la Festa d’la Chisöla, ha pensato di dar vita alla rassegna che celebra il legame tra Ortrugo e Chisöla, rappresentando in maniera originale il territorio.
L’evento, inserito nel programma della Festa d’la Chisöla, si svolgerà Domenica 6 Settembre 2009, con la partecipazione di decine di produttori piacentini di Ortrugo che, nei loro banchi d’assaggio, faranno degustare il vino bianco nelle sue diverse tipologie, in abbinamento alla popolare ricetta inserita nell’ nell’albo dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani e iscritta nel registro De.Co. (Denominazione d’Origine Comunale) del Comune di Borgonovo.
Oltre ai banchi dei produttori l’abbinamento verrà presentato in degustazioni guidate dai sommelier AIS e FISAR e la chisöla sarà il naturale accompagnamento degli “Ortrugo Cocktail” proposti dagli esercizi pubblici del territorio comunale.

Andrea Molinari e Alessandro Stabile: vignaioli


Die 5 semptember 1732. Chissà cosa si faceva, chi ci abitava, chi l’aveva costruita, se c’erano vigneti o sterpaglie, se si vedeva il magnifico skyline delle torri medievali come si vede adesso dalla torretta di questa casa rurale ai piedi di Castell’Arquato.
Sono le domande che mi pongo ogni qualvolta mi imbatto in tracce certe del passato che segnano una data, un accadimento. Un pensiero comune a molti che stimola la fantasia: a volte è più bello immaginare che conoscere.
La casa in questione si chiama Casa Benna ed oggi, o meglio dal 1916, è sicuramente un’azienda agricola; adesso è d’obbligo l’aggettivo modello ma molto probabilmente lo era anche allora perchè la qualità la fanno sempre le persone e la storia della famiglia Molinari è un esempio di questo.
Nel pieno di una guerra mondiale Pietro Molinari investe in una porzione di terreno a fondovalle, dove la buona esposizione al sole fa ottime le uve. Dalle colline di Montezago, piccolissima frazione di Lugagnano, si sposta con la moglie a Castell’Arquato.
Pur in un momento non particolarmente felice per l’economia e per la società italiana Pietro e Irma mettono al mondo otto figli: Giovanni, Maria, Anna, Camillo, Pino, Luigi, Franco, Pina.
Pietro viene purtroppo a mancare presto e Irma si fa carico di tutto, come molte donne in quel tempo. La sua soddisfazione è probabilmente stata quella di aver dato una laurea o un diploma a tutti i suoi figli.
Uno di questi, Giovanni, divenne geometra, lavorò in Comune a Lugagnano e ne divenne sindaco negli anni ‘60, ancor oggi ricordato per la sua rettitudine e attenzione verso i suoi concittadini. Da geometra poi sindaco, Giovanni decise di dedicarsi a tempo pieno alla cura dell’azienda agricola, appassionando e facendo appassionare al vino i suoi figli ma anche molte persone che vantano primati di fedeltà ai vini di Casa Benna, come Giovanni Raggi cliente da più di trent’anni o il Ristorante Da Faccini che ha in carta Casa Benna dal 1985.
Fu Giovanni uno dei soci fondatori del Consorzio Vini Doc Colli Piacentini e dell’Enoteca Comunale di Castell’Arquato, fu sempre lui che nel 1970 imbottigliò la prima bottiglia di Gutturnio fermo, doc da soli tre anni. E fu lui a dare un nome alla “vigna di Andrea”, dove si portava il figlio mentre lui potava, puliva, curava i suoi filari.
“L’asilo te lo faccio io nella vigna”, questa è la prima frase che Andrea si ricorda a quattro anni, detta da suo padre. Con quelle premesse diventa dura fare dell’altro. Infatti Andrea, laureatosi in ingegneria informatica nel 1996, prende in mano le redini dell’azienda e la fa crescere, in qualità e in onestà dei suoi vini. Cosa significa onestà? Significa che se un’annata non è buona lui non fa per forza quel vino.
Significa che il vino lo si fa in vigna e il passo è adeguato alla gamba, reinvestendo anno dopo anno i guadagni (pochi per le trentamila bottiglie di oggi, immaginatevi le 4.000 di vent’anni fa). Ma soprattutto significa che, arrivati in azienda per assaggiare i vini, si percepisce qualità, cura e amore in ogni dettaglio.
Per anni ha fatto tutto da solo, in parte aiutato da sua mamma: potare, innestare, tenere in ordine vigna e cantina, imbottigliare, vendere. Solo in periodo di vendemmia si avvale di lavoranti.
Oggi assieme a lui c’è suo nipote Alessandro, ventisei anni perito meccanico, stessa passione, stessa filosofia.
Basse rese per ettaro (un terzo rispetto a quello che consente il disciplinare), poche tipologie di vini (quattro in tutto, con il Gutturnio nelle sue tre versioni), grande attenzione al lavoro tradizionale in vigna (adesso, mentre sto scrivendo, Andrea e Alessandro stanno potando a mano, per tutto l’inverno), un uso sapiente della tecnologia in cantina, la collezione degli antichi attrezzi nella sala dove si accoglono i clienti e gli amici.

Luigi Franchi

Meno male che c’è il maiale


Sapori e profumi, storia e leggenda. La parmense Federica Pasqualetti, oltre a tracciare un bilancio circa gli allevamenti italiani non tralasciando le qualità della carne e le peculiarità delle varie razze suine, propone infatti favole d’altri tempi e informazioni reali sulle tradizioni lontane. Oltrepassando quindi i confini di un ricettario che soddisfa le aspettative dei golosi, fornisce direttive e consigli per la preparazione di 29 antipasti, 24 primi piatti e 47 secondi a base di maiale. Sfogliando il volume viene l’acquolina in bocca, visto che gli occhi incappano in pietanze semplici ma saporite come cotechino o braciole e in piatti più elaborati come lonza ai capperi o zuppa di canederli allo speck. Ma anche un’attempata (ma mai dimenticata) polenta con lardo o uno ‘scontato’ panino col salume, fanno condividere l’apprezzamento di Gabriele D’Annunzio, che in una lettera citata dalla stessa Pasqualetti scriveva: “Grazie per quella salata e rossa compattezza porcina che senza pudore tu chiami culatello”.
Meno male che c’è il maiale
Federica Pasqualetti
Mup Editore
€ 15

Il Novecento di Bertolucci rivive nelle Piacentine


Il luogo, per chi ha almeno cinquant’anni, è collegato alle riprese di Novecento, il film di Bernardo Bertolucci girato nel 1976, che racconta la cultura contadina e la lotta di classe: Le Piacentine, perfetto esempio di corte padana e della vita comunitaria che vi si svolgeva, oggi è un luogo che, grazie al sapiente lavoro di recupero effettuato, svolge un’importante funzione di memoria e genera una sensazione di pace.
Fino a mezzo secolo fa in questa corte nei pressi di Roncole Verdi, come ben rappresentato da Bertolucci, vivevano decine di famiglie, di quelle numerose, con le porte di casa sempre aperte, con la condivisione di umori, litigi, lavoro, solidarietà.
Un mondo che non esiste più, sostituito da unità abitative che, anche quando sono ricavate in vecchi edifici rurali, hanno porte blindate, sbarre alle finestre e tra vicini di casa ci si conosce a malapena.
Per queste antiche corti padane si dovrebbe vincolare il rilascio della licenza edilizia alla condizione di vivere secondo normalità.
Ma torniamo alle Piacentine e alla sua storia che risale al 1820, da sempre azienda agricola chiamata “Corte delle piacentine”, una grande aia in centro lastricata di cotto originale del tempo. L’aia, nelle case coloniche, era uno spazio antistante o, come in questo caso, il centro dell’edificio, dove si batteva il grano, nel periodo della mietitura.
Un centro attorno a cui si sviluppava la vita delle famiglie che vi abitavano, dalle prime luci del mattino a notte fonda, nelle sere d’estate. Sull’aia si celebravano i banchetti nuziali, le feste patronali o quelle legate al ciclo delle stagioni. Ma sempre lì ci si incontrava, i bambini numerosi, si rincorrevano, ci giocavano, si picchiavano salvo poi tornare a fare pace, come le famiglie. La convivenza forzata era un deterrente straordinario per placare gli animi.
Ma la particolarità delle Piacentine è la sua perfetta integrazione con il paesaggio circostante, un paesaggio dove la mano dell’uomo, da millenni, ha inciso profondamente condizionandone profondamente l’utilizzo e la memoria. Come scrive Monica Bruzzone, assegnista all’Università di Parma, nel suo saggio “Allestire le identità culturali…” «Una delle più antiche e maestose modifiche che ancora oggi segna i campi coltivati nella pianura padana appartiene all'epoca romana. Nella divisone dei terreni agricoli i romani hanno effettuato una partizione artificiale del territorio, fatta di linee rette ortogonali tra loro, punteggiata da bassi muri di pietra, da filari di alberi, da percorsi e canali. L’agro centuriato è il paesaggio artificiale che contraddistingue la pianura. Esso colpisce, se lo si osserva dall’alto, per la fortissima eterogeneità di colori e di toni che scandisce il terreno in maniera fortemente artificiale. Una rettificazione imponente che cambia la fisionomia di intere regioni, eppure resta un segno silenzioso a livello del terreno, mentre gli elementi verticali che lo definiscono, sono i filari degli alberi, le torri colombare delle corti agricole, ma anche le incisioni dei canali di irrigazione. Segni di piccola scala, che si rapportano efficacemente con la misura del paesaggi».
Camminando ai lati della perfettissima struttura quadrangolare delle Piacentine, davanti alle case che un tempo erano dei contadini, lungo i porticati che ricoverano gli attrezzi, oppure passando davanti alla casa padronale viene da pensare come un luogo possa assolvere alla funzione di valorizzazione dei valori territoriali e culturali. Viene da immaginarsi le storie di cui sono impregnati i muri e il cotto dell’aia: storie semplici, di gente semplice che faceva leva sulla memoria orale per tramandare esperienza e storia delle genti. Ma comunque storie uniche.
Adatte ad arricchire il valore di unicità che l’ottimo lavoro di restauro ha restituito alle Piacentine, che può costituire un primo passo verso la possibilità di mettere in scena vocazioni del passato come opportunità di sviluppo.
Del resto la struttura si trova nel cuore di un territorio, la Bassa Parmense, che sul passato sta costruendo il proprio presente economico e culturale. La dimostrazione arriva dalla capacità di identificarsi ancora con il Mondo Piccolo di guareschiana memoria, piuttosto che di incentrare la propria identità sulla particolare gastronomia del luogo.
LUIGI FRANCHI


Le Piacentine raccontate da Lorenzo Molossi
Lorenzo Molossi nel suo «Vocabolario topografico dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla» Parma 1832, a pag. 460, così scrive intorno al cascinale delle Piacentine:
«Nel luogo delle Piacentine, lungi un miglio all'est della Chiesa di Roncole, sulla strada da Busseto a Soragna, si sta costruendo una grandiosa villeggiatura da S. E. il Sig. Principe D. Giovanni Vidoni de Soresina, personaggio non meno chiaro per sangue che per la liberalità dell'animo e per le cognizioni apprese sul libro del mondo di cui egli ha percorso la maggior parte.
Gli edifici sono divisi su quattro lati attorno ad una grande ala. Sorge dalla parte di mezzodì il palazzo del Signore ove si ha la vista delle colline e su questo stesso lato si innalzeranno e l'Oratorio e una vasta bigattiera con altri servizi; dalla parte opposta vedesi l'ampia stalla il cui volto è tutto sorretto da colonne di granito; sugli altri due lati stanno le case e del fattore e dei villici con varie botteghe. Tutto è disegno e direzione del celebre architetto Vogherà, cremonese, il che dire dispensa da qualunque elogio dell'opera».
In appendice al volume del Molossi sono riprodotti gli schizzi della pianta e delle sezioni di questa imponente costruzione che nella mente del Principe Vidoni doveva costituire, in quei tempi, un modello di stabilimento agrario con annessa residenza padronale.

lunedì 2 febbraio 2009

Di un vino mai bevuto..


Viviamo in un Paese dove ci sono oltre 350 zone vinicole a Denominazione d’Origine, con almeno una media di otto tipologie per zona, a cui si aggiungono tutte le etichette dei vini da tavola (migliaia e migliaia).
Uno scenario in cui la fantasia si arrampica su per i vetri per affermare un vino e quando mi sono imbattuto nel Rosso delle Donne, durante uno scambio di amicizia su Fb con Stefano Bonilli, vero maestro di social network, ho pensato “eccone un altro tentativo di targetizzazione del mercato (sigh).
Ma dopo che, dietro al Rosso delle Donne, è apparso il viso sereno di Paola Conti ho subito sperato che quel pensiero non fosse sfuggito nemmeno per sbaglio. Non ho ancora bevuto il Rosso delle Donne ma sono certo e pronto a sostenerne la straordinaria bontà: è un vino circondato da opere d’arte, da bellezza e intelligenza, dalla trasparenza morale della sua produttrice. Impossibile che non sia all’altezza. Aspetterò Vinitaly per degustarlo o forse andrò in cantina oppure me lo ritroverò in una qualche carta dei vini, ma potrei benissimo farne anche a meno perché anche solo visitare il sito di Paola Conti e delle sue sorelle è più che sufficiente per fare un viaggio intorno al vino e intorno all’arte.
Paola non parla mai di vino nelle sue conversazioni private e pubbliche, non usa gli strumenti di comunicazione per assillare l’umanità con le sue produzioni; attraverso i cosiddetti socialnetwork lei dispensa mus ica, arte, fotografia, letture e bellezza. Per questo improvvisamente viene voglia di conoscere cosa c’è dentro al Rosso delle Donne e allora si scopre una storia straordinaria come quella del Boca, che Cavour non esita a paragonare al gotha del vino internazionale affermando "...Or dunque rimane provato che le colline del Novarese possono gareggiare coi colli della Borgogna...".
Infine l’arte che si tocca con tutti i sensi a Castello Conti in un susseguirsi di eventi, mostre, installazioni, etichette d’artista. Un viaggio che vale la pena di intraprendere.

Galleria d’arte nella bottega artigiana


Sembra di essere nel Rinascimento, dove a bottega si cresceva come artisti. Ma invece siamo a Cremona nel 2009, nella bottega del ciabattino-artista Dicre, l’acronimo con cui firma i suoi quadri. Il posto è una vera bottega di artigiano, si suolano scarpe, si aggiustano borse ma è solo quella che si potrebbe definire integrazione di reddito perchè si sa, con l’arte molto spesso non si campa. La passione vera è però quella: dipingere. A volte in maniera un pò anarchica, come trapela dai tanti uadri appesi alle pareti, appoggiati a terra, affastellati nel retrobottega; altre volte con una linearità di gusto e sensibilità che scatena emozioni profonde. Guiseppe Dicrescenzo, in arte Dicre, dipinge da più di quarant’anni, ha cominciato a 15 e non ha mai smesso. Ha fatto mostre ma mai un’antologica, ha quadri collocati un pò ovunque (ricca è l’esposizione al ristorante San Gallo) ma la galleria d’arte vera è qui, in questa bottega sulla cui vetrina campeggia un’improbabile insegna al neon blu e rossa “Ciabattino express”. Se si guarda con una punta di attenzione in più, come richiede questa città un pò segreta, dietro alla vetrina ci sono prima i quadri, poi lui, poi gli attrezzi del mestiere di ciabattino.
Dicre – Ciabattino express – Via Garibotti 25 – Cremona – cell 328/7550187

Birra artigianale, una vera passione


Mastri birrai si diventa e non si nasce. Potrebbe cominciare così una qualsiasi delle mille storie di giovani italiani che, negli ultimi cinque anni, si sono letteralmente inventati un nuovo lavoro. Stanno spuntando come funghi un pò ovunque i birrifici artigianali, perchè non c’è un luogo vocato per fare la birra, ci vuole solo tanta tantissima curiosità e voglia di sperimentare.
E’ quello che hanno fatto Matteo Bocedi e sua moglie Isabella; lui psicologo, lei laureata in lingue. Il 20 settembre 2008 hanno aperto il loro birrificio “La buttiga” (bottega in dialetto piacentino). Si sono ritagliati uno spazio in una vecchia stalla risistemata alle porte di Piacenza, dove per andarci si segue dalla Via Emilia parmense l’indicazione Ciao Estate Danze, si supera un bed & breakfast, ci si trova in aperta campagna e si è arrivati.
Qui Matteo e Isabella producono, confezionano in belle bottiglie e vendono le loro birre; per ora quattro tipologie.
Polka è una birra chiara, Borgata è una birra ambrata, Sophia (la figlia di quattro anni) da il nome ad una stout, Kolja (il nomignolo in russo di Nicola, il figlio di 3 anni) invece lo dà ad una dooppio malto. Infine c’è Bon Nadal, la birra di Natale per cui, passate le feste, bisogna aspettare fino al prossimo 25 dicembre.
Un consiglio, non siate frettolosi nel berla altrimenti non va giù. Va bevuta lentamente, assaporando gusto e profumi. Del resto, andando da Matteo e Isabella la fretta non vi aiuta perchè loro vi raccontano tutto, ma proprio tutto delle loro birre. Tra poco sarà pronta Truffa, una birra al tartufo nero delle montagne piacentine. Da non perdere.
La Buttiga – Montale (Pc) – Strada Mottavecchia 31 – tel. 0523-572451

Un luogo di incontro


Non è solo un libro di ricette. E’ un racconto che si legge d’un fiato per la serenità che trasmette. E’ un piccolo manuale di storia e geografia che mette in risalto il ruolo che una città può avere, indipendentemente dai monumenti o da altre attrattive. Fiorenzuola, cittadina di medie dimensioni, è stata per secoli, e lo è tuttora, crocevia i genti e merci, che ne hanno contaminato stili e abitudini di vita, rendendola aperta e tollerante. La stessa cucina, che Silvana Chiesa ha raccolto e ordinato in questo bel libro realizzato grazie al sostegno di Coop Consumatori Nordest, ne risente. A Fiorenzuola, in pochi periodi dell’anno, si prepara la torta all’olio, un dolce di origini ebraiche incredibilmente soffice e profumato. Oppure si fanno gli anolini in maniera completamente diversa dal resto della provincia, con il ripieno di formaggio. Tutto questo e molto di più lo si scopre grazie al lavoro di Silvana Chiesa che ha intervistato le massaie della città e trascritto fedelmente i loro racconti.
Fiorenzuola in cucina ieri e oggi
Silvana Chiesa
Diabasis editore
€ 11,00

Luna crescente...luna nuova


Il piccolo editore ci ha creduto e ha fatto bene. Pubblicare un libro di poesia nel 2009 è una bella scommessa. Ma questo libro, oltre ad essere poesia davvero ha qualcosa in più: racconta una storia d’amore, forse anzi probabilmente vera. Una di quelle storie che ognuno vorrebbe vivere, comunque finisca: “...mi mancherai mia gioia e mio rimpianto, ma la vita, sai, mi chiama, mi urla di tornare, e la vita è mia...”.
Non sono un critico letterario, mi piace dire la mia sui libri che mi colpiscono e questo è uno di quelli. Non conoscevo Giusy fino alla sua richiesta d’amicizia su FB, lì ho scoperto la sua poesia (e questa scoperta da sola vale la pena che FB ci sia, contrariamente ai demonizzatori). Leggendo questa lunga poesia-racconto l’unico rimando che mi è venuto in mente è “Il cantico dei Cantici” del sec. X a.C., attribuito a Salomone: “...tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana!...”.
“..distenderò lenzuola d’argento e preparerò dolci di rose e di miele...”, scrive Giusy Cafari Panico. Che altro dire?

come la luna di giorno come la luna di notte
Giusy Cafaro Panico
LIR Edizioni
€ 7,00
www.libreriaromagnosi.com

Elena Amadei: chi vuole può venire a controllare


In una mattina piena di sole e di freddo del novembre scorso ero a Zibello, nel chiostro dell’ex convento domenicano, dove alcuni produttori stavano preparando il loro banchetto per il November Porc; nella confusione generale dei prodotti, salumi e formaggi e vini mi colpì l’elegante rigore di un banchetto su cui erano impilati dei vasetti dal tappo argentato.
Marmellate e confetture, un biglietto da vista raffinato come unico strumento di promozione, una minuscola donna che si metteva in ordine i barattoli come se dovesse allestire un set fotografico.
E’ così che ho conosciuto Elena Amadei, la minuscola donna che ricerca, produce, confeziona, presenta, vende le sue marmellate facendo tutto da sola.
Ha cominciato nel luglio scorso, in un ordinato ed efficiente laboratorio nei pressi del Fidenza Village, dove trascorre buona parte del suo tempo nella preparazione delle marmellate e dei liquori tradizionali. “per fare una produzione di marmellata ci impiego un giorno intero di lavoro”, mi racconta mentre continua a labvorare il mirtillo.
Che in solodoni vuol dire fare 130 vasi da 150 gr. ciascuno: perchè Elena i suoi vasetti gli riempie tutti a mano, e la sua frutta la taglia tutta a mano, e le sue etichette le mette tutte a mano.
Questo non significa fare le cose al risparmio ma farle con la massima cura, utilizzando la tecnologia nelle sue componenti migliori.
Ad esempio Elena fa cuocere la frutta non come si faceva un tempo mettendola a bollire per ore; in quel caso si perdono tutte le proprietà nutrizionali. Nel suo laboratorio la frutta viene messa in una macchina che toglie acqua, con una cottura a bassa temperatura, mantenendo intatti i valori nutritivi. Poi la frutta viene mescolata allo sciroppo d’agave, anzichè allo zucchero, senza alcuna altra aggiunta di pectina o additivi vari. Questa è la marmellata di Elena Amadei.
E i liquori? Limoncino, nocino, bargnolino e liquirizia stanno lentamente maturando nei fusti. Mentre in un piccolo contenitore sta affinandosi lo sburlon, il liquore di mele cotogne; “di questo ne ho fatto meno perchè grattuggiare le mele una ad una è un lavoro tosto”, afferma Elena.
“Non ho ancora completato il ciclo stagionale di tutta la frutta, avendo iniziato a luglio, per cui non sono in grado di dire uali e quanti saranno i prodotti che farò.” Solo questa affermazione credo che basti per dimostrare che qui non si scherza ma si segue il ritmo del tempo, come un tempo. E’ uno dei tanti esempi che Elena usa quando deve raccontare il motivo per cui assaporare i suoi prodotti.
Luigi Franchi