sabato 8 agosto 2009

Agriturismo Battibue

Ci si arriva percorrendo una bella lineare strada frequentata solo da persone che passeggiano in aperta campagna, a pochi minuti dalla città di Fiorenzuola d’Arda. L’entrata è costeggiata da alberi e recinti di cavalli e i primi a darvi il benvenuto sono gli animali da cortile che vagano in piena libertà.Un luogo che predispone al relax, uno dei buoni motivi per cui si sceglie una vacanza nella campagna piacentina.La fattoria è stata completamente restaurata senza cambiare nulla della sua struttura originale, a cominciare dall’antica ghiacciaia sovrastata dagli alberi secolari.Finalmente un vero agriturismo, verrebbe da dire; di quelli in cui i proprietari sono ancora veri contadini, nel senso più nobile che si può dare a questo mestiere fondamentalmente per l’umanità. Qui i rapporti tra cliente e gestore sono basati sulla stretta di mano, quella che basta per garantire fiducia e disponibilità reciproca.L’agriturismo Battibue mette a disposizione cinque camere, due bilocali con cucina attrezzata, una stanza biblioteca-ludoteca, un giardino per la lettura e un parco giochi per i bambini. E alle ore dedicate al cibo si può fare colazione o merenda nel verde del grande giardino d’estate, al calore di una sala con il camino d’inverno.Pranzi e cene sono scanditi da un trionfo di piatti e vini della tradizione piacentina, in due sale: una ricavata nel vecchio caseificio, i famosi caselli ottagonali della pianura emiliana, l’altra più piccola per piccoli gruppi.


tel. 0523/942314

domenica 19 luglio 2009

Un viaggio nella memoria


Può sorprendere che un’artista, il cui futuro è inevitabilmente proiettato in una dimensione internazionale, introduca nella sua carriera un ciclo di opere legate alla storia locale. Ma non in questo caso che invece esprime al meglio la matrice che sta alla base del lavoro di Brigitta Rossetti: il luogo.
Oggi si fa un grande uso del neologismo del non-luogo, coniato dall’antropologo Marc Augè, ovvero quegli spazi non identitari in cui le persone si incrociano senza relazionarsi mai. Mentre tutta l’opera pittorica di Brigitta Rossetti si muove fortunatamente in controtendenza, affermando la dimensione antropologica di spazi e figure.
Nei quadri che accompagnano la felice intuizione di Stefano Frontini di dar vita, attraverso opere in cera, ad un museo della storia piacentina coniugandolo all’arte contemporanea, ritroviamo il lucido legame che Brigitta ha con i luoghi in cui ama lavorare.
Sono luoghi in cui il silenzio si fa potente, lascia parlare il vento e le nuvole, lascia alla forza della terra affermare i cicli della vita, fa del ricordo e dell’immaginazione una costante.
Un’identità che si legge nel ciclo dei “guerrieri” che Brigitta ha realizzato dove i volti sono appena accennati nella loro grazia, i corpi che si fanno possenti sembrano gonfiati dal vento, i tratti e i colori riportano alla terra, luogo d’origine della vita in tutte le sue forme.
In alcune di queste opere si ritrovano segni che richiamano le prime pitture paleolitiche di Lascaux, fatte dall’uomo circa 15.000 anni fa. Non è immutabilità ma conferma che alla terra, alla forza della natura, alla potenza espressiva dell’uomo va riconosciuto sempre e comunque un valore, che Brigitta Rossetti porta dentro.
In questo ciclo pittorico diventa evidente come l’uomo, un popolo continuino a vivere anche dopo la loro stessa vita, il loro percorso storico; questo avviene quando la loro forza lascia il segno, trasformandosi in mito e idea, che si fanno memoria.
Questa è il vero punto di forza del connubio tra le opere di Brigitta Rossetti e il museo che le ospita. E’ un viaggio nella memoria, quella antica che bisogna proteggere, che non si può disperdere, che ci ricorda il nostro ruolo qui, su questa terra.
Le opere oggetto di questa ricerca presentano un contenuto prepotentemente atmosferico, dove una forza di gravità soprannaturale tiene sospeso un messaggio, come se l’affermazione di Leonardo da Vinci che “il pittore è padrone di tutte le cose” qui trovasse il suo preciso riscontro.
L’artista domina i suoi guerrieri, li veste con i colori della terra, gli infonde, pulsante, l’energia positiva del messaggio che gli vuole affidare: dalla terra si raccoglie energia, voglia di vita, e alla terra dobbiamo guardare se vogliamo che il mondo, tutto il mondo torni ad essere un mondo migliore.

Luigi Franchi

www.brigittarossetti.com

Alfredo, Amedeo e Fabrizio Magnani, produttori di Culatello


Nel 1967 aveva 29 anni e, mentre il mondo si stava apprestando a diventare sempre più urbanizzato e metropolitano, Alfredo Magnani decideva di acquistare un podere a poca distanza dal suo negozio in quel di Roccabianca; quel podere si chiamava Brè del Gallo, tradotto in italiano “prato del gallo”.
Da lì Alfredo non si è più mosso, lo ha lavorato, lo ha trasformato, vi sono nati e cresciuti i figli Fabrizio e Amedeo, vi sono stati prodotti Culatelli straordinari con una regola: restare piccoli!
Piccoli inteso come dimensione produttiva, quel piccolo che consente di fare bene le cose perché si può dedicare la cura necessaria, dare un valore al tempo perché è l’ingrediente fondamentale per fare i Culatelli straordinari.
Il rustico che sorge sul podere del Brè del Gallo ha le caratteristiche ideali per vivere bene e far crescere e maturare bene i prodotti: mura spesse delle case rurali che consentono il giusto equilibrio tra caldo e freddo, le cantine di stagionatura esposte a nord, con le finestre tipiche della bassa che vengono aperte ogni mattina per prendere quell’umidità dell’alba che fa grandi i Culatelli. Infine i pavimenti bagnati con acqua e vino per garantire la costanza dell’umidità.
Questi gli ingredienti; ad usarli sono Alfredo, Fabrizio ed Amedeo, con l’aiuto del loro norcino di fiducia, il Vito Fanfoni, conosciuto come uno dei migliori sulla piazza.
Il risultato? Milleduecento Culatelli strepitosi ogni anno, non uno di più ne’ uno di meno. “E’ una scelta, non ho mai cambiato regola e non intendiamo farlo neppure ora – raccontano padre e figli – Per noi il Culatello resta il prodotto che ci identifica e non vogliamo aumentarne la produzione ma la qualità.”
Più di così, all’assaggio, sembra impossibile aumentare ancora in qualità ma questa è un’altra storia. Evidentemente si può e ci limitiamo a crederci ed aspettare un’altra occasione di assaggio.
Conversare con la famiglia Magnani è un piacere che porta alla scoperta di una sorta di autarchia agricola. Amedeo si occupa a tempo pieno dell’azienda, collaborando con il norcino ma soprattutto curando le sue piccole grandi passioni: le centoquaranta biolche di terra che lui si coltiva da solo.
Fabrizio fa il veterinario e Amedeo il responsabile qualità in Parmalat. Ma ogni sera, al termine del lavoro, e ogni sabato e domenica vengono qui, al Brè del Gallo, a fare i lavori che servono per mandare avanti l’azienda, a gestire i rapporti con una clientela solida e di fiducia, ad accogliere gli ospiti sempre più numerosi.
Ed è con gli ospiti che i ricordi vengono condivisi, amplificando una memoria del territorio che è patrimonio culturale come quando si racconta che il Culatello non lo mangiava la famiglia contadina che lo produceva ma lo vendeva al “mediatore” che, in ogni paese, conosceva tutte le aziende agricole. Era il prodotto di scambio per poter ricomprare il maiale per l’anno successivo. Questa è solo una delle tante storie che vengono raccontate sotto l’accogliente portico di Brè del Gallo, tra una fetta di Culatello, una di Spalla Cruda e un bicchiere di Fortana, prodotta dalla famiglia Magnani in tremila bottiglie.
Le altre riguardano il modo di produrre che si sono dati: antiche e laboriose ricette come quella del loro cotechino dove ci finiscono dentro musetto, muscolo, lingua, cotiche, spalla e aromi segretissimi ma naturali.
“Vogliamo difendere queste ricette che richiedono infinita pazienza e estrema cura e selezione delle materie prime. – dicono insieme i tre Magnani – Per questo siamo convinti che sia importante mantenere una piccola dimensione. Vogliamo continuare a vivere questa esperienza come un vero piacere.”
Nel corso della conversazione arriva la mamma e moglie, figlia di quel Gustein (Agostino Tamburini), grande amico di Giovannino Guareschi. Amico a tal punto che Giovannino gli disse “Gustein, a San Francesco bisogna c’at ma porti te cul camion”.
Bisogna che mi porti tu con il camion a Parma, al carcere. Era il 26 maggio 1954 e Guareschi decise di andare di sua iniziativa in carcere per essere completamente scagionato dalle accuse ingiuste.
E, all’improvviso, escono le foto del tempo e affiorano altre storie da ascoltare. Si diventa ricchi dentro al Brè del Gallo.


Luigi Franchi

Vincere ogni mattina


Il piacere comincia dal profumo di pasticceria appena sfornata che ti assale quando parcheggi a pochi metri, sul piazzale antistante le terme; è primissima mattina, il momento ideale per intervistare un pasticciere, ha appena finito le sue prime cinque ore di lavoro, è soddisfatto del risultato, lo sta toccando con mano come ogni mattina mentre i primi avventori ordinano croissant, cornetti, bignè, cannoncini.
Mentre parliamo sta verificando la consistenza della pasta per i croissant da preparare per il giorno dopo, si muove rapido con la sfoglia che taglia a triangolo isoscele, con un attrezzo pensato apposta. Poi le mani si muovono rapidissime a formare il classico cornetto.
“Sembra ripetitivo, ma ogni mattina è diverso, dalla consistenza della pasta alla lievitazione. Non esiste un giorno uguale all’altro mentre si impasta, si dosa, si fanno le diverse forme dei dolci e dei biscotti” racconta Claudio Gatti, pasticciere da 37 anni, mentre invita all’assaggio dei croissant del giorno.
Ma le vere specialità di Claudio sono altre, veri trionfi di bontà: la Focaccia, un dolce dalla forma di panettone che per Pasqua assume le sembianze della colomba, che prima di offrirsi agli occhi dei suoi estimatori viene lavorata per oltre 30 ore; il Pandolce all’olio, prodotto rigorosamente con ingredienti biologici, di qualità controllata, con il Brisighello, il delizioso Olio extravergine d’oliva DOP di Brisighella.
La scelta di utilizzare materie prime a Denominazione d’Origine lo ha fatto entrare nel pool di aziende selezionate per partecipare a Deliziando, l’iniziativa di scambio commerciale con i mercati esteri organizzata da Unioncamere e Regione Emilia-Romagna.
Mentre racconta quest’ultima cosa a Claudio Gatti brillano gli occhi di soddisfazione; è il meritato riconoscimento alla meticolosità con cui seleziona le materie prime per le sue creazioni.
Dopo quindici anni di gavetta e apprendistato, cominciato a 16 anni, nelle pasticcerie Salsi e Tosi a Salsomaggore Terme, nel 1988 Claudio decide il grande passo, come hanno fatto tutti i capaci artigiani nel corso dei secoli: aprire la propria bottega.
Nel suo caso un bar-pasticceria con laboratorio annesso a Tabiano Terme, sulle colline parmensi, a ridosso delle fonti termali. In queste giornate d’estate una distesa di tavolini ben ombreggiati invita al relax, alla conversazione contornata dalle squisitezze artigianali.
E’ talmente piacevole che non fatichiamo a capire perché da qui Claudio si è allontanato solo per frequentare ogni possibile corso di specializzazione, con i grandi maestri della pasticceria italiana, Iginio Massari e Achille Zoia in primis.
“Continuo anche ora perché non bisogna mai pensare di essere arrivati” afferma Claudio mentre mi spiega il suo credo che si basa sul fatto che un buon prodotto di pasticceria lo fanno due cose e basta: la lievitazione e la mano del pasticciere.
“Non esiste una standardizzazione nella pasticceria artigianale, ogni mattina è una scommessa, con il tempo, con l’umore, con la reazione delle materie prime. E vincere questa scommessa ogni giorno rende impagabile questo mestiere.”
Una delle cose che amo fare durante le interviste è sollecitare il ricordo e Claudio mi svela la sensazione di quando ha venduto la sua prima Focaccia oltre i confini della pasticceria; è stata acquistata da una gastronomia di Collecchio. Da quel momento è cominciato un passaparola che lo ha portato a fornire le migliori boutique gastronomiche di Parma e Milano ma soprattutto a spedire le sue creature in Svezia, in Norvegia, in Germania.
Ma, nonostante il successo internazionale, lui continua ogni mattina alle quattro a tirar su la saracinesca del suo laboratorio con l’obiettivo di vincere la scommessa.


Luigi Franchi

Pasticceria Tabiano
Viale alle Fonti 7
Tabiano Terme (Pr)
Tel. 0524/565233
www.pasticceriatabiano.it

Pronto Almandina?


“Pronto? Sono il direttore di Terre Verdiane News. Vorrei parlare con qualcuno del Teatro dell’Almandina.”
“Sono Daniela, la presidente.”
“Bene, allora parlo con lei. Sul prossimo numero di Terre Verdiane inizia una rubrica sugli artisti e vorrei aprirla parlando della vostra compagnia. Lei mi sembra la persona più indicata.”
“No, no. La persona più indicata è Chiara, la mamma del progetto. Le do il numero.”
“Pronto Chiara? Sono il direttore di Terre Verdiane. Sul prossimo numero di Terre Verdiane inizia una rubrica sugli artisti e vorrei aprirla parlando della vostra compagnia. Daniela mi ha detto di parlare con lei che è la mamma del progetto. Ci possiamo vedere?”
“Ma no, siamo tutte coinvolte. Sia io, che Daniela, che Francesca. Non è giusto che sia solo io a parlarne.”
Sembra l’incipit di una pièce ma è cominciato proprio così il primo dialogo con quelle dell’Almandina.
Alla fine l’intervista è stata “una e trina”, mai successo, per cui a parlare sono tutte insieme, all’unisono Chiara, Daniela e Francesca; tre donne accomunate dalla passione per il teatro che, dopo essersi incontrate a diversi laboratori teatrali hanno deciso di provarci.
I loro spettacoli hanno un sapore retrò fin dai titoli – Garibalderì, La Magda e la Wanda le sorelle Guerazzi, La Magda e la Wanda fanno il cinéma, Angelina, Dancing da Ines - sono divertentissimi, non hanno attori maschi.
“Ma non per partito preso”, puntualizzano Chiara, Daniela e Francesca. “Finora ci sono venute in mente idee che non prevedevano figure maschili.” Quasi quasi mi candido per un provino, penso e poi glielo dico.
“Almandina ha una grande musicalità – dicono le tre socie – Solo dopo che lo avevamo inventato, abbiamo scoperto che esiste già ed è il nome di una pietra semipreziosa, la cui proprietà è tenere a terra quelli che amano viaggiare sulle nuvole.”
Ovviamente non fa per loro che tracimano entusiasmo da tutti i pori mentre mi raccontano trame, ruoli, progetti futuri. Ma la domanda banale è di rito: perché avete scelto di fare teatro?
La risposta invece banale non è. “Per trasformare i nostri difetti in pregi”, rispondono, e non c’è verso di avere risposte diversificate. “Ogni nostro spettacolo trae spunto da mondi marginali. Uno dei primi è nato incappando in una banda che accompagnava una cerimonia in piazza a Fidenza, in cui era presente Anita, la nipote del signor Garibaldi.”
La loro presentazione nel sito http://www.teatroalmandina.org/ recita così: “ci piacciono le storie un po’ sbilenche, irregolari, capaci di inceppare il meccanismo del luogo comune e d’innescare uno sguardo singolare sul mondo.”
A noi piace andarle a vedere.


Luigi Franchi

Felice di aver creato qualcosa di bello e di buono


Ci sono migliaia e migliaia di caratteri di stampa, in piombo e in legno, ci sono macchine e torchi per la stampa che risalgono al 1822, ci sono manifesti che per farli ci volevano due giorni di lavoro tra composizione e stampa, e poi c’è lui, Gian Carlo Vecchi, tipografo per cinquant’anni, ed oggi custode del Museo della Tipografia Libassi, in quel di Noceto.
Il Vecchi che, per dar vita al museo dopo che il Comune aveva acquistato i cimeli, queste macchine le ha ripulite pezzo dopo pezzo, che i caratteri li ha rimessi in bell’ordine uno per uno e che racconta, con l’entusiasmo di un bambino, la storia della tipografia ai ragazzi delle scuole in visita, gli fa una lezione pratica di stampa e risponde alla mia banale domanda se gli è piaciuto fare questo mestiere nel modo più ovvio: “non sarei qui”. Negli anni scorsi gli dette una mano il suo amico e compagno di lavoro Amos Papotti, oggi scomparso.
Insieme idearono i nomi dei caratteri dove, al posto dei classici Bodoni o Times o altri, misero i nomi di film e opere, di cui erano appassionati; da qui nacquero i caratteri Rigoletto, Semiramide, Toscanini, Quarto Potere, Totò ecc…
La storia della Tipografia Libassi comincia nel 1924 quando Fernando Libassi, all’età di dodici anni, comincia ad imparare il mestiere alla Tipografia Castelli; nel dopoguerra diventa socio e, nel 1963, Castelli, ormai anziano, gli cede l’attività. Da quel momento la tipografia di Libassi diventa La Grafica Nocetana.
Vecchi iniziò il lavoro di tipografo nel 1945, anche lui a dodici anni, e rimase alla Libassi fino al 1953, per poi andare a stampare presso il Laboratorio Caricamento Proiettili.
“Vede quel manifesto appeso? Fu il mio primo lavoro.” Il manifesto recita testualmente:
Noceto Associazione Calcio
Campo Sportivo
Domenica 24 corr. alle ore 13
Avrà luogo l’attesissimo incontro di campionato 1° divisione
S.P. PESENTI (attuale capolista del girone)
NOCETO A.C.
“Io ho composto Noceto A.C.”, ricorda Gian Carlo. Era il tempo in cui un mestiere lo si imparava così, con molta precisione e molte prove sul campo.
“Ma il piombo era dannoso?” chiedo. “Ci davano obbligatoriamente mezzo litro di latte da bere ogni giorno per evitare questo rischio” racconta il Vecchi mentre mi illustra le antiche macchine da stampa, pesantissime, lentissime pensando alla tecnologia attuale.
Mi incuriosisce un manifesto degli anni Settanta di cui conto le righe: ottantadue!
“Per fare questo manifesto ci voleva un giorno intero di composizione. Mentre questa Nebbiolo faceva 1200 manifesti all’ora; quando è arrivata in tipografia sembrava di guidare una Ferrari, rispetto alle altre macchine per la stampa.”
In questo originale museo lo sguardo non sta fermo un attimo, si è catturati da cassettiere sottili in cui riposano migliaia di caratteri e di filetti. “I caratteri più grandi, oppure i clichès venivano fatti con il legno perché la lega di piombo e antimonio li rendeva troppo pesanti. Il legno prediletto era il pino di Svezia, più morbido da manipolare per fare le varie tipologie. Ogni sera bisognava rimettere i caratteri in maniera ordinata nelle cassettiere per facilitare il lavoro del giorno dopo.”
La bellezza estetica delle macchine come l’ottocentesco torchio Dell’Orto, con i piedi a zampa d’elefante e lo scorrimento a rotaia, oppure come i clichès e i caratteri dalle forme più strane, è la sensazione più immediata che lascia una visita al Museo Libassi.
Ma quella più duratura è il racconto che Gian Carlo fa della sua professione, inevitabilmente fusa con quella della sua vita che, tra le tante cose, lo vede ancora adesso protagonista del coro I cantori del Mattino di Noceto, con cui gira il mondo per esibirsi.
Le ultime informazioni riguardano gli orari di apertura: il martedì, il mercoledì e il venerdì al mattino; per altri giorni è consigliabile telefonare all’Ufficio Cultura del Comune di Noceto 0521.622137.
Non perdetevi questa scoperta!

Luigi Franchi

Nicoletta Barbieri La forza delle idee


“Mi viene naturale, ma è una forza che probabilmente è in tutte le persone. Per chi, come me, a cui le persone hanno assegnato un ruolo pubblico, è un dovere farla crescere e offrire a tutti questa opportunità.”
Stiamo parlando con Nicoletta Barbieri della forza delle idee; ed è sinceramente inusuale ma molto piacevole scoprire il valore dell’umiltà nelle parole di un politico oggi.
Ma Nicoletta, pur avendo una giovanissima età, ha conosciuto la politica nella sua dimensione più nobile, crescendo in famiglia a pane e politica fin da ragazzina quando accompagnava il papà a distribuire l’Unità facendolo poi in modo autonomo negli anni a venire, e lavorando in una cooperativa. Ma non è una donna del passato, anzi...
Oggi lei è assessore al Comune di Fiorenzuola, un’esperienza cominciata con la precedente amministrazione, e si occupa di cultura e di politiche giovanili. Un settore, quello della cultura, che lei definisce in maniera chiara: la cultura non può essere personalizzata né privatizzata ovvero questione di qualcuno.
“Le persone si stanno disabituando ad esprimere le loro opinioni, i loro suggerimenti. Mentre io ogni giorno mi ricordo che devo imparare e allora chiedo, cerco di capire i bisogni, di conoscere più da vicino le persone e il territorio in cui devo amministrare; cercando di mettere in circolo che le mie idee e condividere quelle degli altri.”
Questa volta, ma in realtà sono ancora molti e per fortuna i bravi amministratori, queste dichiarazioni sono tangibili e gli atti lo dimostrano. Nella sua gestione degli eventi Nicoletta non sale sui palchi, lascia che a parlare siano i protagonisti, gli artisti, ma anche le persone che partecipano agli eventi, con il loro consenso, con gli applausi e soprattutto con i suggerimenti, di cui è avida.
Soprattutto è concreta la regola delle pari opportunità per tutti, un criterio che non è tra i più divulgati in Italia. “Io credo che sia fondamentale offrire a tutti la possibilità di una crescita personale sul piano culturale. Le mie scelte, condivise con i colleghi amministratori e con larga parte dell’opinione pubblica locale, vanno in questa direzione senza applicare la regola di tutto un po’. Sono scelte dettate da un’idea: non vivere di preconcetti ma costruirsi delle opinioni, E da una convinzione: che non si governa la cultura ma il contrario.” Il tessuto sociale di questa città avrà ancora lunga vita.


LF

Il viaggio


“La vita stessa è ricerca di un punto fermo. E quando si crede di averlo raggiunto, non si è e non si sa ancora nulla. E bisogna ricominciare a muoversi..è questa l’idea di partenza.” Così il regista Wim Wenders parla della sua visione del viaggio, che si ritrova in alcune pagine del libro di Laura Gambazza che descrive così le sue sensazioni: “ogni viaggio è stato uno strepitoso insieme di incontri inattesi..un ulteriore arricchimento che porterò sempre dentro di me…”
Nel libro si narra di Sara, studentessa emiliana che, partita recalcitrante, in Etiopia trova l’amore che la farà restare laggiù. Una storia ricca di emozione che si fonde con la descrizione della valle dell’Omo, scoperta dall’esploratore parmense Vittorio Bottego alla fine dell’800, che vi morì nel viaggio di ritorno.
Nella valle vivono numerose etnie tra cui la Mursi, dove le donne portano il piatto labiale.
Laura Gambazza è appassionata di storia, archeologia e botanica e questo viaggio l’ha affascinata a tal punto che si è cimentata nella sua opera prima; un’esperienza ben riuscita grazie alla freschezza e alla spontaneità di linguaggio. Adesso altri viaggi l’attendono e, ci auguriamo, altri racconti che “riempiono fogli bianchi con la fantasia ed il cuore” attendono i suoi lettori.
Il cuore in Etiopia
Laura Gambazza
SBO Edizioni
€ 18,00

Estate!!


E’ la stagione che ognuno di noi carica di significato; quelli che vogliono divertirsi, quelli che sognano di trasgredire, quelli che si ritirano sulla montagna più alta, quelli che si innamorano, quelli che accentuano il senso di solitudine e via di questo passo.
L’estate che vogliamo augurare a tutti è quella più bella, quella che comincia con l’invadente profumo dei tigli in fiore e prosegue nelle giornate in cui tutto è più lento, quasi ozioso. L’invito è di approfittarne per lasciar venire alla luce buoni pensieri, per praticare buone relazioni, per imparare da un libro, da un concerto, da una conversazione una nuova visione del mondo che lentamente si sta imponendo.
E’ finito il tempo in cui tutti abbiamo vissuto sopra le righe; ne stiamo pagando lo scotto, in maniera pesante, per alcuni drammatica, ma da questa lezione dobbiamo trarre un vantaggio. Quello di non tornare indietro, di non ricadere nell’errore del tutto e subito, della esasperata facilità dei consumi, della superficialità nelle relazioni.
Davanti a noi abbiamo l’opportunità di ripensare uno stile di vita e l’estate è l’occasione migliore per farlo. Il suggerimento che ci sentiamo di dare è farlo partecipando; i territori di cui parliamo offrono mille occasioni per praticare la partecipazione.
Recentemente ho avuto l’occasione di visitare “Il cielo in una stanza”, la bellissima mostra fotografica di Prospero Cravedi all’Urban Center di Piacenza; mi auguro che se ne possa trarre un libro che rimanga, perché è un pezzo di storia importante per tutti. Davanti a quelle fotografie ho rivissuto gli anni in cui partecipare era d’obbligo, ma soprattutto era bello e utile. Riproviamoci, con un nuovo entusiasmo, su basi nuove, magari semplicemente varcando la soglia di una piazza e fermarsi ad ascoltare una musica.
Basta scorrere il programma degli appuntamenti estivi di Parma e Cremona, piuttosto che i Diciottoeventi di Salsomaggiore, per scoprire che non bisogna andare molto lontano per provarci e per stare bene. Basta scegliere uno dei luoghi di incontro, tra ristorantini, castelli, enoteche e piazze descritti in questo numero per cancellare il timore della solitudine che, a volte, in estate si fa più pesante.
Sono luoghi ed eventi che ci permettono di diventare più ricchi dentro. Facciamolo, ne vale la pena.


Luigi Franchi

La Locanda di Cremona, 0372/457834 facile da ricordare


La storia della Locanda di Cremona vanta almeno ottant’anni tra servizio di osteria, di albergo, di bar e fors’anche di bordello. A metà degli anni Settanta era famosa per il risotto della Franchina che, intorno alla mezzanotte, soddisfaceva gli avventori.
Ma la storia più bella è quella che compie vent’anni il prossimo 18 novembre! Fu in quella data del 1989 che i “fratellissimi” Guglielmo e Paolo Baldini riaprirono il locale e da allora, puntualmente ogni giorno, i due si ritrovano in sala ad accogliere una clientela che, dopo la prima volta, diventa come per magia fedelissima.
Il trucco c’è! Loro sono l’esempio di come deve essere un ristorante: un sorriso e una battuta per tutti, la difesa della discrezione quando serve, la forzatura nel convincere il cliente a superare alcune fisse che gli impediscono di assaggiare un determinato piatto, offrendoglielo e cambiando portata nel caso non sia di suo gradimento. Attenzione a non imbrogliare, se il piatto viene spazzolato con scarpetta annessa vuol dire che è piaciuto.
A questo si aggiunge uno chef che dalla cucina ogni giorno manda in tavola piatti quasi sempre diversi: una vera fucina creativa, che garantisce qualità delle materie prime e alcuni evergreen come le gustosissime costolette di agnello presalè.
Il locale è piccolo, pochi coperti che consigliano la prenotazione, un bancone anni ’50 da cui Guglielmo estrae poche ma ottime etichette, una sala contagiata dal buon umore di Paolo che racconta il menu scritto ogni giorno in stampatello sul bloc notes formato quaderno. Chissà se quei foglietti, negli ultimi vent’anni, li ha tenuti tutti.
Vale il viaggio, come dicono le guide, anche perché si può approfittare delle nove camere al piano superiore, a cui si accede tramite una balconata di ringhiera.
Luigi Franchi